5 PERSONAGGI DI MILANO INCONSAPEVOLMENTE GIUSTI
di Greta Rani

Oggi si parla di persone del mondo della moda che non lo sembrano: si mimetizzano e appaiono trasandate in apparenza, ma analizzando i loro look emerge una personalità più cool di alcuni influencer, con outfit regalati e indossati senza modifiche personali, in location ricercate.
Dimenticate tutto questo, dimenticate gli shooting studiati, i look eccentrici e innaturali e le pose nel profilo migliore. Qui c’è chi va controcorrente e chi, pur non seguendo tendenze e mode, è attuale e fonte di ispirazione più di altri che ricoprono questo ruolo ma finiscono per sponsorizzare solo abbigliamento retribuito, senza scegliere realmente il proprio guardaroba.
La differenza sta soprattutto nel rapporto tra intenzione, visibilità e funzione del look.
Le persone che abbiamo selezionato ci sono ma si notano poco: non cercano centralità, non performano il proprio stile come messaggio esplicito. Il loro abbigliamento è un linguaggio privato, o comunque rivolto a pochi che sanno leggere i codici. Ogni scelta è pensata, certo, ma non per essere riconosciuta o validata. Le reference sono spesso culturali, biografiche, sottili; il look è una conseguenza di un sistema di valori, non il suo strumento di diffusione.
Gli influencer con moltissimi follower, invece, operano quasi sempre in una logica diversa. Anche quando il risultato appare “naturale” o “non studiato”, il look è un atto pubblico e strategico. È progettato per essere leggibile, replicabile, fotografabile, inseribile in una narrazione coerente del brand-persona. Le reference esistono anche qui, ma sono orientate alla riconoscibilità più che alla profondità: devono funzionare per un pubblico ampio, eterogeneo, spesso veloce.
Quindi no, non diremmo esattamente la stessa cosa.
Nei primi, lo stile è densità: poco rumore, molto senso.
Negli influencer, lo stile è amplificazione: chiarezza, ripetizione, scala. Ci sono eccezioni, naturalmente: alcuni influencer nascono proprio da quel primo gruppo e riescono a mantenere un certo grado di complessità anche nella visibilità. Ma quando i follower diventano “tantissimi”, qualcosa cambia quasi inevitabilmente: lo stile smette di essere solo espressione e diventa anche dispositivo.
IN SINTESI:
i nostri 5 sono vestiti da qualcuno che è,
gli influencer vestono qualcuno che deve essere visto.
Le persone possono dividersi in due grandi categorie.
Da una parte c’è chi si veste per apparire agli altri: davanti allo specchio immagina i commenti, i complimenti, lo sguardo degli amici. Il vestire diventa una proiezione esterna, una costruzione pensata per essere riconosciuta e approvata.
Dall’altra parte c’è chi gioca nell’armadio.
Non pensa allo sguardo altrui, ma al senso. Alla coerenza tra dentro e fuori. A far combaciare ciò che è con ciò che indossa. Senza volerlo, queste persone non indossano solo vestiti: indossano i film che amano, le serie che li hanno formati, i loro idoli, la musica, l’arte. Indossano il passato, il vintage d’archivio, i pezzi da sfilata sognati e desiderati per anni, quelli che oggi la moda sembra aver smesso di raccontare.
Sono personalità che scelgono consapevolmente di non farsi notare, ma che meritano attenzione. Per la loro creatività silenziosa, per la fantasia, per la volontà – sempre più rara – di comunicare ancora attraverso il modo di vestire, senza gridare, senza performare, ma lasciando che ogni dettaglio parli per loro.
Sono persone che ispirano e si lasciano ispirare dall’arte e dalle vite degli altri.
Anche spogli di tutto, saprebbero comunque trasmettere e respirare creatività. Alcuni di loro li abbiamo intervistati: ognuno è unico nel rapporto con il proprio guardaroba, ma tutti sono uniti dall’idea di non omologazione. A nessuno di loro importa del giudizio altrui, e creare il look della giornata è un gesto sincero e puro, naturale come lavarsi la faccia.
DOMENICO COSTANTINI @domenicocostantin
Nato nel 1994.
“Lavoro nel punto in cui l’immagine smette di rappresentare e inizia a toccare.La mia pratica attraversa moda, arte e cultura visiva come superfici sensibili: da sfiorare, incidere, consumare lentamente.
Collaborazioni con Björk, Mimmo Paladino e Carlos Sáez emergono come atti di prossimità, non come credenziali.
Incontri che attivano il corpo del progetto, ne alterano il ritmo, ne spostano il desiderio. Mi interessa l’identità quando vacilla, il simbolo quando suda, la forma quando diventa vulnerabile. L’editoria è un pretesto, l’immagine un campo erotico, il racconto una postura. Ogni lavoro è una relazione: breve, intensa, mai neutra.”



SIMONE BOTTE @simone.botte
Simone Botte è il direttore creativo di Simon Cracker, brand indipendente che ha fatto della decostruzione, dell’upcycling e della comunità i propri codici fondanti. Stylist ed editor per riviste indipendenti e fanzine fotocopiate, si muove ai margini consapevoli del sistema moda, scegliendo una pratica più umana, artigianale e quotidiana.
Come ha scritto una giornalista di Style Magazine: “Ho incontrato Simone e non sembrava uno della moda”. Una definizione che riassume bene il suo approccio: lontano dalle pose e dai rituali dell’industria, vicino invece alle persone, ai gesti e alle storie che abitano i vestiti.
Milano è diventata la sua casa, ma Simone vive la grande città come se fosse ancora a Cesena. Tra la spesa al mercato, workshop con merletti realizzati dalle azdore romagnole e i salotti improvvisati nei punti vendita Simon Cracker, lo spazio commerciale si trasforma in una bottega contemporanea, luogo di incontro e conversazione, dove si chiacchiera come si faceva una volta. La sua posizione nella moda è quella di un artigiano culturale: più interessato al processo che al prodotto, alla relazione che alla performance, costruendo un’estetica che resiste al tempo e alle tendenze perché profondamente radicata nel reale.



A cosa pensi quando ti vesti la mattina?
Penso agli spostamenti che posso prevedere e a che scarpe mi faranno meno male a fine giornata. Se sono giornate di stress mi creo proprio un’armatura che mi protegga.
Da dove prendi ispirazione per il tuo look?
Più che ispirazione mi piace indossare in giornate pesanti, qualcosa che mi ricorda bei momenti. Mi riempio di tee, felpe e cappellini orribili quando sono in vacanza in posti che mi fanno sentire bene e sentirmeli addosso in una giornata del cazzo mi traferisce altrove per qualche secondo.


Film e serie TV ti influenzano o ti interessano?
Sono cresciuto con le serie tv, i miei viaggi a volte ricercano location di film e telefilm che mi hanno tenuto compagnia quando ero un ragazzino e mi isolavo. Ho il cappellino del caffè di Luke di “Gilmore Girls”, la t-shirt con la ricetta del Margarita di Mezzanotte di “Amori e Incantesimi”, felpe nerd di Beetlejuice, Gremlins e ogni cartone animato Sanrio. Direi che il grande e piccolo schermo hanno contagiato una gran percentuale del mio armadio.
Quanto conta la musica nella tua vita e cosa ascolti?
Ho sempre la musica nelle orecchie, su telefono e nel pc quando viaggio in treno. La mia colonna sonora cambia di continuo e mi fisso su dei pezzi quando creo. Ora ho ricominciato ad ascoltare Emerge di Fisherspooner in loop quando cammino mi fa arrivare prima quando sono in ritardo da qualche parte.
C’è qualche dettaglio che indossi e che viene dalla musica che ami?
T-shirt dei korn, Spice Girls, Wham!, Marylin Manson, valgono?
Qual è il tuo colore preferito?
Antracite perchè lo vedo come un colore incerto come me. Per gli oggetti mi piace l’azzurro e verde pastello.
Quale colore senti che ti sta meglio addosso?
Uno che non mi piace ma sta bene con la mia faccia è il giallo e ogni tanto mi attrae quando devo comprare qualcosa, quindi forse non lo riconosco, ma il color crema e canarino inconsciamente mi piacciono.

Qual è il tuo capo preferito di sempre?
Di sempre? Una giacca tipo safari a 4 tasche giganti di Anglomania che mi ha regalato mia madre per un compleanno abbastanza triste, non la metto tanto, perchè mi ricorda sia cose belle che brutte, ma è li nell’armadio e ci rimarrà sempre.
E qual è il tuo capo preferito del momento?
Un Loden verde militare che era di mio nonno e mi fa sentire un po’ lui quando lo metto.
Qual è il tuo hobby?
Studiare gli sconosciuti nei luoghi pubblici.
Con quale capo ti senti più a tuo agio, come se fossi in pigiama?
Un giubbotto Tartan di Balenciaga che sembra una trapunta, scalda come una trapunta ed è largo come un trapunta mi fa sentire a letto ovunque io sia.
Quale capo ti fa sentire “super figo”?
Non penso di vestirmi in modo figo, spero piu che altro di mimetizzarmi al meglio e sembrare parte della tappezzeria in modo da poter osservare meglio, in metro, nei bar, in luoghi pubblici. Io mi faccio ispirare dalle storie che ascolto in giro anche per sbaglio ed essere al centro dell’attenzione mi farebbe notare troppo. Essere figo o no secondo me non è una questione di vestiti e comunque credo di non aver risposto alla domanda.


Di cosa non potresti fare a meno nel tuo guardaroba?
Felpe larghe, camicie larghe da zio o in colori da autista degli autobus, o tipo mio zio Enrico che guidava davvero il bus a Cesena.
Qual è il tuo posto preferito in questo periodo?
I miei posti preferiti sono quelli dove mi rifugio, al momento mi rifugio nei barettini brutti e piccoli da solo con il pc dove mi faccio distrarre dai discorsi degli anziani, il cappuccino con schiuma che sembra uno sputo e le brioche bruciate nel fornetto elettrico.
Ti capita mai di pensare se un capo possa piacere a qualcuno?
Di quelli che indosso? Non credo davvero di piacere per come vesto, mi vesto per stare a mio agio il più possibile e non credo di avere l’abilità quando si tratta di me, di creare look che la gente potrebbe voler imitare. Una cosa sicura è che non mi sento mai vestito adeguato alla situazione o luogo ma questo è un problema che a poco a che fare con i vestiti.
Quanto ti importa piacere agli altri quando scegli cosa indossare?
Non credo mi importi.
Non credo di piacere alla gente quasi mai, se poi mi si conosce forse cambiano idea, ma a pelle sto antipatico a prescindere dai vestiti. Credo seriamente di non avere un guardaroba speciale per gli altri ma sicuro lo è per me perchè potrei spiegare il perchè di ogni pezzo li dentro.





EDOARDO LASALA @edswindow
Edoardo Lasala è una presenza discreta ma costante nel panorama della moda contemporanea. Silenzioso e osservatore attento, costruisce il proprio percorso lontano dai riflettori, muovendosi con naturalezza tra contenuti, immagini e racconto culturale. È Head of Fashion & Features per nss magazine, dove si occupa di moda e cultura contemporanea e opera come punto di contatto tra il magazine e i brand: in particolare nel settore del lusso seguendo i progetti editoriali dal concept alla realizzazione, con un ruolo che unisce visione editoriale, project management e produzione.
All’interno di nss, Edoardo contribuisce alla costruzione di narrazioni legate a brand emergenti, sfilate, fenomeni estetici e dinamiche culturali, mantenendo uno sguardo equilibrato e mai urlato, in linea con una visione della moda come linguaggio quotidiano più che come spettacolo.
È autore della newsletter In Breve., uno spazio personale di riflessione in cui intreccia moda, immaginario contemporaneo e quotidianità con uno sguardo intimo ed editoriale. Opera tra Milano e Parigi, città che riflettono il suo approccio fatto di continuità, attenzione e presenza costante. La sua posizione nella moda è quella di un mediatore culturale: più interessato al processo che al protagonismo, alla sostanza più che alla superficie.


A cosa pensi quando ti vesti la mattina?
Penso sempre alla mia uniforme. Negli ultimi anni ho costruito una sorta di linguaggio personale fatto di pochi elementi ricorrenti e di forme che riconosco immediatamente come mie. È qualcosa che mi dà stabilità e continuità. Prada è sicuramente uno dei miei riferimenti principali, perché riesce a tenere insieme rigore e quotidianità, concetto e vita reale. Vestirmi, per me, non è mai travestimento ma un modo per ritrovarmi.
Da dove prendi ispirazione per il tuo look?
Dalla vita reale, prima di tutto. Dalle persone che incontro per strada, dagli aeroporti, dai bar al mattino presto. Mi interessa osservare come le persone abitano i vestiti. La moda, per me, deve essere vestibile e funzionare nella realtà, non solo nelle immagini.
Film e serie TV ti influenzano o ti interessano?
Mi interessano molto, ma più per l’atmosfera che per i look presi alla lettera. Mi colpisce come un personaggio occupa lo spazio, come si muove, che energia ha. È più una questione di presenza che di styling.
Quanto conta la musica nella tua vita e cosa ascolti?
Conta tantissimo. La ascolto sempre, da quando sono in macchina al primo momento in cui entro in casa. È davvero la colonna sonora della mia vita. In questo periodo ascolto molto Olivia Dean, è una voce che sento profondamente vicina a come mi sento ora.
C’è qualche dettaglio che indossi e che viene dalla musica che ami?
Non credo che oggi la musica influenzi direttamente il mio modo di vestirmi. Forse succede il contrario. È il mio modo di essere, e quindi anche di vestirmi, che trova una risonanza nella musica che ascolto.
Qual è il tuo colore preferito?
Il blu. L’ho sempre detto, anche perché per molto tempo non ho indossato nero. Guardando però i miei look più recenti, soprattutto quelli del 2025, mi rendo conto che ho iniziato a mischiare di più e a essere meno rigido anche su questo.


Quale colore senti che ti sta meglio addosso?
I toni neutri come grigi, marroni freddi e beige polverosi. Sono colori che non sovrastano e che mi fanno sentire equilibrato.
Qual è il capo che senti ti stia meglio?
La polo e la t-shirt a manica lunga. Sono capi semplici, ma per me funzionano sempre e in ogni contesto.
Qual è il tuo capo preferito di sempre?
La mia camicia su misura di Angelo Inglese. Ormai ha polsini e colletto completamente distrutti, ma continuo a trovare ogni volta l’occasione giusta, sempre casual, per indossarla. Non ho nessuna intenzione di farla sistemare, perché così com’è è diventata parte della mia storia.
E qual è il tuo capo preferito del momento?
Il mio maglione in mohair rosa di Prada. È delicato ma presente, e riesce a cambiare completamente l’energia di un outfit.
Qual è il tuo hobby?
Leggere. È uno spazio tutto mio, lontano dal rumore.
Con quale capo ti senti più a tuo agio, come se fossi in pigiama?
Probabilmente proprio quel maglione in mohair rosa. È uno di quei capi che ti fanno sentire protetto e al sicuro.
Quale capo ti fa sentire super figo?
Un buon blazer, ma solo se indossato senza pensarci troppo. Appena diventa costruito, perde senso.



Di cosa non potresti fare a meno nel tuo guardaroba?
Di capi che posso stratificare. Mi piace costruire un look nel tempo, senza definirlo subito.
Qual è il tuo posto preferito in questo periodo?
I luoghi di passaggio come stazioni, aeroporti e hall d’albergo. Mi fanno sentire in movimento anche quando sono fermo.
Ti capita mai di pensare se un capo possa piacere a qualcuno?
Sempre meno. Col tempo ho capito che i vestiti funzionano davvero solo quando smettono di cercare approvazione. Se un capo racconta chi sei in quel momento, è già abbastanza.




RICCARDO SCABURRI @oobacs
Riccardo Scaburri è uno dei tre creativi dietro lessico familiare, il progetto di moda sperimentale fondato a Milano nel 2020 insieme ad Alberto Petillo e Alice Curti. Il brand nasce come laboratorio di ricerca che trasforma materiali domestici e capi dismessi in pezzi unici, costruendo un’estetica narrativa che intreccia memoria, ironia e cultura visiva. Il nome è un omaggio al romanzo Lessico famigliare di Natalia Ginzburg e riflette un approccio alla moda intesa come linguaggio affettivo e collettivo.
All’interno del collettivo, Scaburri contribuisce alla direzione creativa e allo sviluppo concettuale del progetto, portando avanti una visione slow e indipendente, lontana dalle logiche tradizionali dell’industria. Parallelamente al lavoro con lessico familiare, è autore e contributor per Vogue Italia, per cui scrive articoli che esplorano moda, lifestyle e cultura contemporanea, mettendo in dialogo abbigliamento, cinema, musica e immaginario urbano. La sua attività si muove così tra pratica creativa ed editoriale, consolidando un ruolo di osservatore critico e narratore del presente estetico.


A cosa pensi quando ti vesti la mattina?
Più che pensare prego. Prego che siano magicamente asciutti i vestiti che ho steso 7 ore prima. Prego di avere a Milano quella camicia tartan che secondo me sta benissimo con quel jeans. Prego che i calzini abbiano lo stesso nero. Prego di non sembrare un pagliaccio, o forse quello lo spero!
Da dove prendi ispirazione per il tuo look?
Non c’è qualcosa o qualcuno a cui mi ispiri, da che ho memoria vesto oversize, a volte al limite del talare. Cerco l’over sia nel formale che nel casual e, in base al grado di formalità dell’evento tendo a essere sempre più informale. Adam Sandler alleggia nel mio immaginario, ma non mi ispiro a nulla. Ma qualcuno si ispira veramente a qualcosa per uscire? Vorrei avere il tempo di ispirarmi ma ne ho poco e mi vesto pressoché uguale ogni giorno.


Film e serie TV ti influenzano o ti interessano?
Non mi vesto attingendo platealmente a personaggi di serie o tv ma sicuramente inconsciamente ne subisco l’influenza. In particolare l’east coast di Luke Danes (Una mamma per amica) con camicie tartan e baseball cap o la west coast di O.C., a cui ho rubato felpe e UGG.
Quanto conta la musica nella tua vita e cosa ascolti?
Non faccio un metro senza cuffie. Se le ho dimenticate a casa le ricompro tassativamente. Nelle mie playlist coesistono Taylor Swift e i Death Cab for Cutie, i Phoenix e le cover di Glee. Influenzano la mia camminata, gli umori con cui arrivo a un appuntamento. Non passa giorno senza che non ascolti Blue di Joni Mitchell.
Qual è il tuo colore preferito?
Viola. Non sfumature di viola ma proprio il viola da strega dei cartoni animati. È il mio preferito ma non lo indosso mai.
Quale colore senti che ti sta meglio addosso?
Non è un colore ma una disegnature: tartan, rosso e nero.
Qual è il tuo capo preferito di sempre?
Non ho un capo moda preferito di sempre, ma del mio armadio è il baseball cap di YALE. Sono andato a visitare il campus convinto di essere un fratello acquisito di Rory Gilmore. Ora è del tutto marcio, il blu ha lasciato spazio a un bianco/livido sbiadito. Mi rifiuto di lavarlo, non voglio perda l’aria del Connecticut.
E qual è il tuo capo preferito del momento?
La borsa scoiattolo di Chanel Méteris d’arts. C’è tutto: Chanel, centrale Park, pelo.
Qual è il tuo hobby?
Sedermi ovunque per un cappuccino, in qualsiasi buco libero durante la giornata.
Con quale capo ti senti più a tuo agio, come se fossi in pigiama?
Con la mia uniforme da ormai una decina d’anni: cargo camo, felpa XXXL grigia, baseball cap con qualche ricamo e sneakers. Adam Sandler core, ma in Piazza Cinque Giornate.
Quale capo ti fa sentire “super figo”?
Nessun capo che indosso solitamente. Ci sono capi che mi sono stati regalati o tesori che ho comprato negli anni e che tengo in casa come reliquie. Hanno un valore affettivo e mi fa sentire figo possederli, ma non li metto mai (e non li mostro mai!).
Di cosa non potresti fare a meno nel tuo guardaroba?
In termini pratici: i miei occhiali da vista. Alterno 6 paia, tutte tartarugate in forme e sfumature di tartarugato diverse. Senza occhiali non vedrei, perciò a volte deliberatamente non li porto per non vedere chi non voglio salutare. La scusa “forse non avevo gli occhiali!” Non è una scusa.
Qual è il tuo posto preferito in questo periodo?
Il corniciaio di Via Gaudenzio Ferrari. Non pensavo mi desse così tanta soddisfazione scegliere colori delle cornici, abbinarle ai fondi e poi al contenuto. Cornici bombate, piatte, multicolor, sottilissime, vetri anti riflesso. Un mondo nuovo per me abituato a comprarle online.
Ti capita mai di pensare se un capo possa piacere a qualcuno?
Mai.
Quanto ti importa piacere agli altri quando scegli cosa indossare?
Può sembrare una contraddizione con la risposta precedente ma, nonostante la terapia, il giudizio altrui rimane importantissimo (grazie body dysphoria, grazie capitalismo, grazie fiera della vanità). Tutta la mia confidence svanisce nell’istante in cui qualcuno storce il naso per qualcosa che indosso. Al contempo mi diverte se qualcuno trovi assurdo o osceno ciò che indosso e magari lo indosso apposta. Un vestito è un po’ come un coltello che non sempre impugni dalla parte del manico.







LUIGI D’ELIA @gigi_inparadisco
Luigi D’Elia è uno stylist che lavora a Milano, attivo all’incrocio tra moda e musica. La sua estetica unisce sensibilità street, attenzione al dettaglio e una naturale capacità di adattare l’abito all’identità dell’artista, trasformando lo styling in uno strumento narrativo. Spinto da una forte curiosità personale, dopo un primo percorso universitario a Napoli ha scelto di formarsi in styling e comunicazione di moda all’Accademia di Costume e Moda di Roma, dando avvio a una carriera costruita sul dialogo tra immagine, performance e cultura pop. Oggi vive a Milano. Nonostante la giovane età, ha collaborato con numerosi artisti della scena musicale italiana: ha lavorato per grandi artisti italiani ed internazionali, ha collaborato con Magazine conosciuti in tutto il mondo e programmi televisivi amati dal grande pubblico, consolidando la sua posizione come stylist capace di muoversi con naturalezza tra palco, video musicali ed editoriali.


A cosa pensi quando ti vesti la mattina?
Sinceramente a nulla, nella mia quotidianità faccio davvero poco caso alle cose da indossare. Il sabato mattina puoi tranquillamente trovarmi a fare colazione in giro in pigiama ad esempio.
Da dove prendi ispirazione per il tuo look?
Non saprei dirtelo con certezza, ma la mia fashion icon per eccellenza resterà sempre Lucio Dalla.
Film e serie TV ti influenzano o ti interessano?
1992 – la serie su Tangentopoli. È fatta benissimo, tutti i reparti si sono superati, e la direzione musicale è affidata a Boosta dei Subsonica. Incredibile tutto.
Quanto conta la musica nella tua vita e cosa ascolti?
Conta tantissimo. La mia playlist quotidiana è molto variegata. Puoi trovare Lo Schiaccianoci di Čajkovskij, Latina Foreva di Karol G, Il mio canto Libero di Battiato e Mon Amour di Gigi D’Alessio. La coerenza non ‘appartiene.
C’è qualche dettaglio che indossi e che viene dalla musica che ami?
Sicuramente le felpe dei merch degli artisti. Da ottobre a Febbraio mi vedrai molto spesso con la hoodie di Motomami di Rosalia.
Qual è il tuo colore preferito?
Giallo.
Quale colore senti che ti sta meglio addosso?
Ah boh, non sono un fan dell’armocromia.
Qual è il tuo capo preferito di sempre?
Una giacca di pelle di Gianfranco Ferrè di mio padre.
E qual è il tuo capo preferito del momento?
Qualsiasi cosa di Magliano.
Qual è il tuo hobby?
Andare ai concerti.
Con quale capo ti senti più a tuo agio, come se fossi in pigiama?
La tuta dell’adidas.
Quale capo ti fa sentire “super figo”?
Un completo di Canali che ho indossato quest’estate per un evento.
Di cosa non potresti fare a meno nel tuo guardaroba?
Potrei fare a meno di tutto.


Qual è il tuo posto preferito in questo periodo?
Napoli sicuramente. È una città terapeutica.
Ti capita mai di pensare se un capo possa piacere a qualcuno?
Dati i miei acquisti no.
Quanto ti importa piacere agli altri quando scegli cosa indossare?
Dati i miei acquisti ti direi 0.
















